giovedì, 02 luglio 2009, ore 16:01

da ascoltare se volete!
(c'è un fischio che non sono riuscita a togliere ...poi salta non so perchè, provate qua )



il mio ritorno in paese dopo quasi un anno, si può dire che è stata la cosa giusta da fare. me ne sono successe. di molto belle di molto brutte, ma tutte cose forti che io non ero più abituata alle cose forti. come quando ti fai il bagno nell'acqua gelata, che è uno shock fortissimo però poi quando esci ti senti benone e il sangue ti schizza nelle vene e ti senti tonica e simpatica. ecco, così.
in paese ho capito mò come vanno le cose. che il mio problema all'inizio era che avevo paura che le cose non sarebbero successe. una città è piena di cose. le cose la città te le tira addosso. le persone. la città è piena di persone, pure troppe che certe volte non ce la fai più. e io mi credevo che in paese non c'erano le cose, non c'erano nemmanco le persone.
ennò. non è così. è bugia.
in paese le cose si nascondono, in paese la gente sono timide. le cose sono sempre un poco zitte. che poi è un problema perché magari, il solito discorso, l'italia ci ha un patrimonio tutto da scoprire e non ci sappiamo valorizzare e bla bla...
a me che adesso ho capito lo zittismo di paese io mi sento più tranquilla.  a me mi pare che c'è sempre una possibilità. per esempio ieri sera sono stata fino alle due della notte che eravmo in piazza al bar e non lo so come è successo al tavolino eravamo 4 poi alla fine alle 2 della notte eravamo 25, li ho contati. e perchè eravmo 25, perchè non lo so come è successo che si è avvicinato luciano braccia longhe, e insomma luciano braccialonghe è un fantastico. quello sa tutto. è un giovane altissimo agilissimo che ci brillano gli occhi. secondo me è la persona più meglia del paese. luciano braccialonghe basta che solo sente nominare una zona del paese poi ti conta una storia. che quello, luciano braccialonghe studia. sa tutti i sentieri, sa tutte le rocce delle campagne, sa la storia locale ma mica solo quella ufficiale, no, lui ci ha le sue teorie perchè poi se le va studiando, va chiedendo. esso lo va facendo pure negli altri paesi limitrofi e secondo me sa cose che noi nemmeno ci possiamo immaginare. ieri sera ci ha raccontato che c'è stata una piccola rivoluzione intorno al 1800 al mio paese, capitanata da una signora di 80 anni, poi ci ha contato i fatti dei briganti, dei sanniti, i fatti dei garibaldini. tutti i fatti del mio paese che io a 30 anni non ne sapevo niente. che tutti quelli al tavolo non ne sapevano niente. e ci stava luciano braccialonghe che ci contava e era notte e la piazza era bella e grande e ci stavamo solo noi 25 zitti al tavolino che sentivamo luciano braccialonghe che piano piano ci contava che quasi pensava che ci stava annoiando ma noi no, dici lucià, dici ancora, e lui vabbè continuo, ma poi finiva il fatto e lui si pensava che non ne volevamo più e allora a turno dicevamo ià lucià un altro fatto! e quello continuava piano piano. che ci ho detto a luciano braccialonghe: lucià ci porti in montagna a vedere i posti di questi fatti e lui: si però partiamo presto! e io: eccerto! e così abbiamo organizzato la gita e subito si parlava di che ci portiamo da mangiare negli zaini e su quanta carne ci vuole per la brace all'arrivo. e io ho detto: secondo me mentre si cammina ci vuole pane e frittata, e luciano braccialonghe mi ha voluto bene, poi ho detto io però io mi porto pane e marmellata che mi sa più di merenda. e luciano braccialonghe poi mi ha voluto ancora più bene. solo che poi alle 2 e un quarto l'ha chiamato la moglie e se n'è andato. che se non lo chiamava secondo me stavamo ancora là.
e dopo che se n'è andato era bello. che nessuno parlava che, scusate, che volete dire più dopo che luciano braccialonghe vi ha contato tutto il mondo? e eravamo zitti e belli. e c'era la notte, un poco di vento, un tavolino con 24 persone, e una piazza enorme e ammutolita.
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martedì, 30 giugno 2009, ore 18:58

sottotitolo: cose che ho imparato

in data odierna con la presente vi comunico cosa ho imparato in data odierna, appunto. trattasi di punti all'ordine del giorno di oggi.
al punto uno ci sta che non ci avevo capito una mazza. e vi prego cari compagni di non dibattere. questo non è un punto sul quale sono disposta a dialogare. sì, i miei modi non sono ammodo, non si confanno a questa assemblea, ma scusatemi, amici compagni, concittadini, quello che io provo non può essere all'ordine del giorno, e se io ve ne metto a parte è solo perché sono gentile e piena di garbo.
dicevo. non ci ho capito una mazza, chiedo venia se vi ho tediato. chiedo perdono se vi ho frainteso, chiedo facoltà di fare un passo indietro e rivedere le mie posizioni.
al punto due ci sta che se l'avessi saputo prima come stavano le cose, io mi sa che, miei cari compagni, dopo quel caffè che mi avete offerto la prima volta, io era meglio che vi dicevo: cari compagni è stato un piacere chiacchierare con voi, ma la vostra proposta seppur interessante, seppur foriera di spunti riflessioni, diciamo che no, non fa per me.
al punto tre ci sta che cari compagni ormai ho detto si, e allora non lo faccio un passo indietro. mi tengo le mie responsabilità. sarò paladina del nostro messaggio, e per quanto mi sarà possibile, nella misura in cui ce la farò, io vi, ci , mi  sosterrò. sì, mi sosterrò, perché certe volte, cari compagni, a me mi pare che vacillo. ma ho buone gambe cari compagni, seppur vacillo poi non cado.
al punto quattro cari compagni ci metto le cene. le cene di questa politica che stiamo facendo stanno mettendo a dura prova le facoltà intellettive del mio apparato digerente. esso attuttoggi, fatica a distinguere la cena di ieri a base di carbonara rispetto a quella dell'altro ieri a base di taralli vino pane e pomodoro. anche perché cari compagni del gruppo cucina, l'uovo della carbonara non va cotto prima. trattasi di carbonara, non di frittata. il vostro è un errore filologico. è inutile che vi agitate, cari compagni del gruppo cucina, ci sono delle verità assolute, e l'uovo cotto a frittata no, io non ci sto.
e al punto cinque cari compagni, porto su questo tavolo la mozione del compagno apparato digerente che non ce la fa più. esso fatica a seguire certi ritmi. l'apparato digerente raccoglie altresì la mozione delle mie guance e della mia fronte che negli ultimi giorni si stanno riempiendo di chiazze e bollicine di dubbia provenienza.
con la presente io vi invito a riflettere a interrogarvi cori compagni, sulla natura del cibo di cui ci stiamo nutrendo. il mio sospetto è che il nostro governo fascista-imperialista stia interecttando la nostra spesa al supermercato e avvelenando il nostro comune desinare.
vi invito a riflettere e a guardarvi allo specchio cari compagni...che pure voi, non mi pare che stiate troppo bene...
e concludo riprendendo il titolo del mio intervento: del diventare grandi. e vi dico che:
ho capito che è meglio se dico una cosa in meno, piuttosto che una cosa in più.
ho capito che ascoltare è meglio che parlare.
sempre posto che, ci sia qualcun'altro che abbia voglia di parlare.
ho capito che stare zitti può essere un valore.
sempre posto che lo zitto delle parole sia sostituito dal chiasso del pensiero.
ho capito che posso essere guardinga ma senza avere paura. che se mi guardo intorno, ma a spalle coperte, poi qualcosa di buono sempre ci esce.
ho capito che e qui riprendo il primo punto e lo ripeto, che non avevo capito niente.
ho capito che, forse è il caso che io ricominci da capo.

grazie per avermi ascoltato.
e adesso apritemi una peroni, che ciò un poco d'arsura.
via al dibattito
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lunedì, 29 giugno 2009, ore 17:11


Se l'iris ha l'odore  che mi piace di più, l'hibiscus rosso è il fiore che mi piace di più. va bene che è bello rosso, che è un fiore tropicale, che è barocco affascinante e seducente, va bene tutte queste cose. ma la ragione per cui mi piace non sta  tra queste no. sta nel suo stile di vita.

sono andata dalla mia fioraia, si io ci ho la fioraia personale, come si va dal fornaio, dal tabaccaio, io ci ho la mia fioraia. essa è la mamma di un mio vecchio compagno di classe. è una specie di istituzione. Dora. Dora la fioraia si chiama. che quando uno la cita, anche per altre ragioni, non dice solo il nome, Dora, dice sempre Dora, la fioraia.
Andai dalla mia fioraia Dora perchè mi volevo comprare questa piantina, una piantina che mi piace assai che però la sapevo solo di vista, non lo sapevo il nome. mi piacciono assai i fiori a buchè, tipo l'ortensia, coi fiorellini stretti stretti, cuore a cuore piccoli piccoli. e insomma. avevo visto sta piantina in certe aiuole che ne erano piene piene e mi sono detta: ti voglio oh piantina. tu mi piaci. solo che di nome non ti so. ma so gà che se vado da Dora poi essa mi illumina. e infatti. vado da dora e ci conto tutto il fatto, sono andata in questo posto che è pieno di....e non mi fa manco finire di parlare che mi dice subito eh sì, là è bello, le aiuole sono piene di Lantane! lantana, cara la mia piantina, mò sò come ti intitoli, ti so pure di nome.
così mi comprai la mia lantana che dice: basta che la innaffi la sera assai e la tieni in pieno sole. va bene ci dico. poi fammi sapere come va, mi dice lei. va bene ci rispondo. speriamo bene. pago e me ne vado.
mentre uscivo dal negozio di dora e mi avviavo alla macchina, mi fanno l'occhiolino. e mi giro.
no mi dico. stai buona. infila le chiavi e vavattenne.
mi allontano. incontro degli amici, esco dalla macchina e passeggiamo. e ripassiamo davanti da dora la fioraia. tengo la testa dall'altra parte. ma esso no, non se ne importa. esso se ne sta lì, barocco e seducente, rosso e maliardo. esso mi chiama. il vento lo carezza e mi porta un poco di odore sotto il naso. esso è furbo. esso mi vuole. o meglio. esso vuole che io lo voglia.
esso mi chiama. e mi dice: comprami.
e io mi giro. e ti guardo. o fiore malandrino. tu vuoi che io ti prenda. tu lo sai che io non ti resisto.
e ti prendo. e ti porto via, con me.

non ho mai avuto il coraggio di comprarla questa pianta, di avere in casa questo fiore. non mi sentivo all'altezza. ci sono persone che con le piante ci sanno fare, io proprio no. ci provo ma solo con piante resistenti che non hanno troppo bisogno di me. lo faccio per loro, a non comprare piante bisognose. non lo so mica se saprei accudirle. e l'ibiscus mi è sempre parsa una di queste. possente e delicato. smargiasso ma indifeso. e allora preferivo guardarlo nelle case degli altri, sui terrazzi, sui muri arrampicato. ma stavolta mi ha chiamata, quel fiore spampanato e bellissimo nella pianta fuori da dora, la fioraia, proprio a mecercava.
e io l'ho preso.e ho scoperto la sua personalità. prima mi piaceva solo per il colore forte e la forma semplice. e poi perché era il fiore che Flò -se siete stati bambini negli anni '80 ve la ricorderete sembra un paradiso l'isola...qui- la bambina che fa naufragio con i suoi genitori, lo portava tra i capelli l'ibiscus rosso. e flò e il suo stile di vita erano una specie di esempio per me. e quel fiore tra i capelli, una specie di simbolo.
e così io e l'ibiscus facciamo amicizia e scopro che: ogni giorno sboccia un bocciolo, si apre lentamente, e mentre il giorno dopo è nel pieno della fioritura, un altro si preparara ad aprirsi. trascorre una giornata a farsi guardare dal sole, dalle farfalle, da me. il giorno dopo mentre un altro si mette in posa, lui comincia a chiudersi. lentamente. si ritira silenzioso e dimesso. esso è vanitoso. mostra solo il suo meglio. non invecchia, non ne vedi le rughe, i colori sbiadirsi. esso sboccia, si mette in mostra, si fa amare e ti incanta con quelle goccioline d'acqua tra i petali. e poi dice basta. si chiude. si stringe in un abbraccio tra i petali. e cade. ma tu non fai in tempo a rimpiangere quel rosso che ti tinge i ricordi. perchè mentre uno cade, ce n'è un altro in mostra e un altro ancora che sta per nascere.
e seppure pare che ti lascia, in realtà non ti abbandona.
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sabato, 27 giugno 2009, ore 10:48


il primo capitolo qui

stavolta ho provato a mettere una musica. anzi due.
due pezzi dall'album Caravan dei Krons Quartet
 Responso - Anibal Troilo
 Romance No. 1 - Carlos Paredes (arr. Osvaldo Golijov)
non sono capace a missare musiche e voce, però pare che si senta abbastanza bene. non ho chiesto aiuto al mio masto musicaio preferito 'che stava in vacanza beatallui!

nella storia sono arrivati nuovi personaggi. ve li presento anche perché hanno nomi  particolari e la mia proverbiale dizione non rende loro giustizia...

Sakumat
il pittore, ma già lo conosciamo
Kumdy, uomo di bastone del burban Ganuan
Ganuan, signore della Terra di Nactumal
Madurer figlio di Ganuan
buon ascolto!

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mercoledì, 24 giugno 2009, ore 17:08


nelle case dei ciechi gli orologi sono tutti fermi.

zia elena era la moglie in seconde nozze di nonno. zia elena è la cosa più vicina a una nonna che io abbia mai avuto. zia elena non ci vede. ma prima ci vedeva da un occhio solo.
gli occhi dei ciechi sono sempre blu, e bellissimi.
zia elena prima portava gli occhiali. ma più per abitudine che per necessità. adesso se li porta appresso da una stanza all'altra quando si sposta in casa. li posa sul mobile, li infila in tasca. senò stanno sempre nel porta penne, quello di rame. dove nonno ci teneva la lente di ingrandimento che gli avevo regalato io, per leggere il giornale. e la penne per scrivere i sistemi dei numeri al lotto. che poi non giocava mai. ma spesso uscivano. io me lo sogno mio nonno che mi conta i fatti con le date, i giorni, i numeri. ma non me li gioco mai. che se poi me li gioco e vinco quello poi mio nonno lo so che  non viene più a raccontarmi i fatti mentre dormo. e a me mi piace chi mi raccontai fatti.
zia elena si è curvata. perchè quando deve trovare le cose, fare le cose, girare il sugo nella pentola, sentire la televisione, perchè lei la televisione la sente, interagire con le persone, lei si avvicina più che può con la testa. per sentire meglio. e si è un po' curvata.
io in quella casa erano anni che non ci tornavo. mi impressiona ancora. perchè lì dentro ci sono cresciuta. perchè mio nonno non spunterà più dall'altra stanza dicendo: uh è arrivvata la nenna. che sarei io poi, la nenna.
zia elena ci vuole bene a tutti noi. pure se non siamo proprio nipoti suoi. però ci ha fatto da nonna. mi faceva il sugo più tirato, mi comprò una sediolina per sedermi vicino al camino. mi fece fare amicizia col cane Mora, una cana brava e nera nera che per salutarti alzava la zampa destra. zia elena aveva un seno grandissimo, i capelli ricci grigi e un'agilità che io non avrò mai.
zia elena cucinava nella cucina quella a carbonella. quella antica in muratura e mattonelle. perchè tanto sto in pensione ho tutto il tempo di fare le cose come si deve. diceva zia elena. e infatti le cose erano più buone da mangiare.e c'era sempre un odore di legno buono. di cotto, di caldo. zia elena aiutava nonno a fare il pane quando nonno faceva ancora il pane. uscivano di casa che era notte. le due le tre. andavano al forno con due secchi d'acqua pieni. che l'acqua che c'era al forno a nonno non gli piaceva per fare il pane. dice che prendeva troppa farina poi. l'acqua di casa era meglio. e così la notte questi due se ne uscivano di casa zia elena col cappotto, nonno solo con la maglia blu, con due secchi d'acqua. enormi e pesanti. e se ne andavano al forno a fare il pane. che era buonissimo. zia elena sapeva riconoscere il punto esatto di cottura, meglio di nonno. perchè lei sentiva gli odori più di tutti. e nonno forse un poco ci stava male che zia elena col forno ancora chiuso ti sapeva dire: tra 10 minuti è pronto. e solo lei sapeva interpretare l'aria. l'umidità, la somma degli odori il peso della polvere. perché l'aria è un orologio. e noi che ci vediamo non lo sappiamo leggere.
la casa di zia elena è piena di stanze vicino alla cantina. depositi e garage. ce ne stava una di stanza che io avevo paura di entrare perchè mi credevo che c'era una donna che ci viveva nascosta. aprivi la porta e vedevi nel buoio due occhi gialli che ti puntavano. dopo anni, molti, ho scoperto che erano solo due fessure nel muro da cui entrava la luce. sì solo che io ancora mi viene un brividino se ci devo entrare....
zia elena adesso proprio non civede più. ieri che sono andata a trovarla mi ha detto siediti sulla tua sediolina. quella per stare vicino al camino. la sediolina stava vicino alla finestra. zia elena si siede vicino alla finestra così sente tutti i rumori. la scuola elementare, le macchine, l'albergo vicino, i gatti della vicina. zia elena esce poco, scende giù nel vicolo a chiacchierare con el sue amiche. e sa tutto. tutti i fatti, di noi della famiglia, della politica del paese. le arrivano tutte le voci. o forse sente cose che noi non siamo capaci di ascoltare.
zia elena mi insegnò a incavare gli gnocchi. due alla volta. contemporaneamente. uno con la mano destra l'altro con la sinistra. zia elena parla un italiano antico e perfetto. senza dialetto. ma usa parole da 1800. dice: pomidori, fermacia e un'espressione, la mia preferita: l'istessa cosa. che lo diciamo anche noi della famiglia: l'istessa cosa. e poi diciamo: come dic' zia elena.
io da zia elena non ci vado quasi mai. anzi mai. e mi sento sempre in colpa. perchè io ci voglio bene a zia elena, perchè mi ha cresciuto e perchè mi voleva bene e perchè in quella casa ci viveva anche mio nonno che adesso non c'è più, ma ogni cosa me lo ricorda, perchè solo in quella casa quando ero una bambina, ero felice e serena.
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venerdì, 19 giugno 2009, ore 15:49

Ci sono dei libri che si prestano ad esser letti ad alta voce. per i giochi di parole, per la musica dei versi, per le immagini che ti regalano.
E Lo Stralisco di Robero Piumini -Einaudi Ragazzi- è uno di questi.
e io ogni tanto lo rileggo. la sera, prima di dormire.
perché è una storia così bella. così semplice e meravigliosa. perché poi io che sono impressionabile, faccio sempre dei bei sogni.
e vorrei che questa storia la conoscessero tutti.
e allora ve la leggerò. un poco alla volta.

Lo Stralisco, capitolo primo


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scaffali: lo straisco, ti leggo una storia

giovedì, 18 giugno 2009, ore 16:27

sottotitolo: terie e tecniche del trovalavoro

cerco lavoro. lo sanno anche le pietre.
cercare lavoro può essere avvincente. si gira parecchio, si parla con un sacco di gente, si stringono contatti amicizie, ti capitano le avventure.
cercare lavoro un po' ti migliora, ti costringere a tenere tutte le porte aperte. ti fa prestare attenzione a tutte le voci, ti fa battere tutte le strade, ti fa dire sempre di sì, per l'antica legge del: non si sa mai che può capitare.

cercare lavoro è scoraggiante, ti guardi intorno e ti pare che tutti facciano il lavoro che vogliono, che siano felici sereni ed equilibrati mentre tu ti senti precaria, povera e immatura. perché lavorare ti rende serena. perchè lavorare ti rende adulta. ti fa stare nel mondo. e tu non stai lavorando.

cercare lavoro ti fa pensare. a te. sei costretta a fare uno di quegli esami di coscienza che meglio lo fai e meglio è. devi stilare la lista di quello che sai fare bene, e quello che no, che proprio non sei capace. di quello che puoi, vuoi imparare e quello che no, proprio non ti interessa. una lista che non va stampata e allegata al curriculum. no. va allegata alla testa. alla tua di testa. una lista che ti fa scegliere, che ti rende consapevole, che ti costringe a essere onesta, con te stessa. a che punto sei della tua preparazione, conoscenza, audacia, competenza. una lista che guai a te se la fai nei momenti di sconforto.

cercare lavoro in librerie in un momento di crisi economica come ora, beh, non lo dico quanto possa essere esaltante...ed esilarante per le risposte ricevute.

cercare lavoro quando si hanno le idee troppo chiare no, non va poi così bene. devi essere disposta a cambiarle quelle idee, se vuoi lavorare. a diventare più duttile, nel migliore dei casi.  perché cambiare può voler dire migliorare.
certo, sempre se lo trovi, questo lavoro. perché allora sì, che poi le cambi. già lo sai che le cambieresti.
(poco però) perchè cambiare può voler dire anche cedere, qualche volta. a se stessi.

cercare lavoro in un posto dove tanto lavoro poi non c'è, non hai ancora capito se ti rende molto audace o tanto stupida.

cercare lavoro con troppo entusiasmo è pericoloso. perché così come si va tanto su, poi è tanto giù che si cade. ci vuole cinismo. ci vuole freddezza. ci vuole razionalità. ma tu a quanto pare sei troppo romantica e irrazionale.

cercare lavoro, bisogna pur lavorare in qualche modo mentre si cerca lavoro. fare qualcosa. arrabbattarsi. l'antica arte.
ripetizioni ai bambini. è quello che mi tocca. pare che sia infettivo. le ripetizioni pare siano una trappola. che poi ci cadi e non ne esci più. diventano uno, due tre, quatro bambini. un stipendietto, lavoro indipendente. una trappola anche per il tuo sogno. una specie di nebbia che non ti fa più vedere, ricordare quello che  volevi fare.

cercare lavoro ti fa conoscere persone che fanno il tuo lavoro senza voglia, senza interesse senza amore. e ti brucia. perchè tu che cerchi poi ti senti la migliore. presuntuosa. che tu di sicuro faresti meglio. che tu di sicuro avresti più pazienza, più competenza, più tenacia. che tu sei la più brava. ma intanto loro lavorano, e tu no.

cercare lavoro ti ridimensiona. se fossi così brava magari lavoreresti già.
cercare lavoro ti rende più saggia. è difficile trovare lavoro, quello giusto. impara ad aspettare.
cercare lavoro ti rende insicura: ma siamo certi che io proprio questo voglio fare? ma siamo sicuri che sto cercando bene?
cercare lavoro ti rende pesante. non pensi ad altro. non vuoi parlare d'altro.
cercare lavoro ti fa rimandare. i progetti, un po' di sogni. la tua intraprendenza.
cercare lavoro ti rende cauta e guardinga. e hai paura dispenderti. non sai se quelle energie che fine faranno.
cercare lavoro ti senti un po' sola, perchè anche se il tempo di attesa, le cose che fai nel frattanto: è tutta vita, è sempre vita, ti senti che non stai facendo quello che davvero vuoi. ti senti che metti le toppe. che vivi alla giornata. hai paura di fare progetti. non sai se puoi prenderlo quell'appuntamento. non sai dove sarai tra un mese. cosa penserai. perchè è sempre possibile che qui non potrai più restare. perchè pur di restare, no non ti vuoi arrabbattare.
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scaffali: ma tu la conosci a viola

martedì, 16 giugno 2009, ore 18:17

anche da ascoltare sevivà :)


La mia casa è bella. Sta al centro del paese, proprio dove si incontrano a perpendicolo il corso e la via centrale che va da est a ovest.
La mia casa io ci sono cresciuta e ci ho abitato fino a 8 anni. Poi erano gli anni 80 e i miei genitori decisero che bisognava andare ad abitare in campagna nella casa più grande con più stanze col giardino il garage il salone il tinello -è proprio degli anni 80 la parola tinello- e la tavernetta. pure la parola tavernetta è degli anni 80. poi doveva avere gli angoli tondi questa nuova casa degli anni 80 e il muro bucciardato.
io penso che sono contenta che gli anni 80 si sono finiti.

la mia casa quando entri c'è prima il cancello poi il giardino. nel giardino c'è un cedro del libano altissimo poi un pino e poi delle altre piante che non le so. nel giardino ci sta il muro confinante con la casa della mia amica mariangelina, che c'è pure una finestra che ci si affaccia. e quando eravamo piccole io e mariangelina ci davamo l'appuntamento io nel mio giardino lei alla sua finestra così ci salutavamo 'che la finestra era bloccata. non l'abbiamo mai capito il perché.
la mia casa dopo che entri dal cancello e c'è il giardino c'è la mia casa. essa è composta da un muretto coi mattoncini che ti accompagnano mentre sali le scale. ma prima che sali le scale, ti devi fermare ‘che devi vedere la fontanella coi pesciolini e l'albero di nespole e di arancio. io quando ero piccola, ma proprio minuscola nel senso di appena nata mio padre comprò un pesce tutto particolare e lo mise nella fontanella. certi padri piantano l'alberello quando nasce un figlio, mio padre no, compra pesciolini. quando avevo 7 anni, pure il pesciolino, che nel frattanto era diventato un tonno, aveva pure lui 7 anni. io e mio cugino Enrico ci giocavamo sempre, mentre il pesce nuotava noi gli mettevamo gli ostacoli con le mazzarelle. poi però una volta io invece di puntare la mazzarella verso il fondo della fontana...ho puntato il pesce. si. sono un'assassina. ma giuro che non l'ho fatto apposta. mi ricordo ancora i pianti per il senso di colpa.
poi c’è la pianta di nespole che io dicevo che era una pianta di albicocche malate. perché la nespola pare un'albicocca ma non proprio. l'albero di arancio mamma ci faceva sempre le aranciate a merenda. Erano buone.
poi sali le scale e arrivi a casa mia. casa mia c'è prima la terrazza grande grande con le mattonelle messe a spina di pesce. Che io dicevo a spiga di pesce, e se non mi sto attenta lo dico ancora.
ma prima la terrazza non c'era. così grande. era una balconata lunga lunga con la ringhiera e un glicine che ci cresceva sopra. io fino all'anno scorso non l'ho mai saputa questa cosa. me l'ha detto un mio amico, che prima a casa mia, fino agli anni 50 ci abitava suo nonno. che faceva il libraio. e ci aveva la libreria dove poi mio nonno ci fece il forno grande per fare il pane per tutto il paese. Sotto casa mia. proprio dove io oggi mi voglio aprire la mia libreria. vi ricordate il fatto dei fiori blu eh!? poi dice che non esiste il destino...
chisà poi com'era bello quel glicine alto alto grande grande. io l'ho sempre voluto un glicine.

dopo che sali le scale e vedi la terrazza ti ci affacci un poco dalla terrazza, così vedi il giardino, e gli alberi e la chiesa di fronte con le campane.
poi finalmente c'è la mia casa. la mia casa si entra dal portoncino bianco. però pure dagli altri balconi che tutte le stanze affacciano sulla terrazza. però io sono educata e entro sempre dal portone. il portoncino è bianco e grazioso, tu lo apri e entri nella cucina grande. la cucina ci ha queste mattonelle degli anni 70 che io ero pazza di queste mattonelle perché ci hanno delle righe celesti in rilievo che tu poi le carezzi e ti fanno un solletico alle dita. poi il disegno è magnetico che se lo guardi per un minuto poi succedono quelle visioni che andavano di moda egli anni 70. psichedelia dice che si chiamava. poi ci sono i mobili della cucina color melanzana, che io i miei genitori secondo me quelle robe della psichedelia le hanno frequentate molto negli anni 70 per scegliere quei mobili e quelle mattonelle. poi c'è il camino coi mattoncini rossicci  e la bocca larga larga, il mobile per la televisione e tra il mobile e il camino ci sta essa, la mia preferita, la mia passione: la panchina di mattoncini rossi come il camino. io volevo sempre stare sulla mia panchina. ci volevo pure mangiare. che quando ero brava mamma ogni tanto mi ci faceva pranzare. sopra ci stavo seduta io, sotto ci stavano i giornali vecchi. 'che per me il fatto della capra e la panca parlava della mia panchina, che sotto c’era stretto. eccerto che la capra ci stava male. avevo 8 anni, e tanta immaginazione ricordatevelo... poi la cucina ci ha il balcone che da sulla strada di dietro. che però tu non ti ci puoi affacciare al balcone perché c'è la zanzariera. essa, la zanzariera fu messa perché io mi arrampicavo sulla ringhiera che dice che volevo volare giù. allora dice mentre aspettiamo che ti spuntano le ali a'mamma intanto mettiamo la zanzariera....avevo 2 anni.
dopo la cucina si va nella sala da pranzo ma state attenti che c'è lo scalino. io a un anno non sono stata attenta però. stavo nel girello, era il giorno del mio compleanno di un anno, e la leggenda racconta che appena qualcuno lasciava la porta aperta, io prendevo la rincorsa col girello e saltavo lo scalino. già da un anno volevo volare....e mi ruppi il naso. la sala da pranzo è di un legno color senape...e pure essa, secondo me c'entra con quel fatto della psichedelia di cui sopra. però ci sta il pianoforte e un mobile per mettere i cappotti che io impazzivo perché ci ha l'anta scorrevole e io mi ci nascondevo dentro. e mia sorella non mi trovava mai. solo che una volta poi non riuscivo più ad aprirlo, così papà tolse quell'anta e io persi il mio nascondiglio perfetto.
poi si va nello studio che è rosso. i mobili sono di un legno rosso che io ancora non l'ho visto un legno di quel rosso così bello. ma state tranquilli, se il legno è bello, lo stile però no. fa sempre parte di quella batteria di mobili degli anni 70 che i miei genitori erano proprio fan. nello studio ci sta il divano letto. che a me e mia sorella ci piaceva dormirci la notte. che ci sembrava di dormire fuori, invece della nostra solita cameretta. poi se vai a sinistra ci sta la stanza di mamma e papà. essa è stupenda. é il pezzo forte di quella batteria di  mobili anni 70, secondo me era tutto uno stock, arricchita da una carta da parato che io veramente ci darei un premio. dei disegni con delle specie di nuvolette di colore tra il senape e il verde pisello. una specie di nuvola arrotolata. che io quando certe volte mi facevo il pisolino nella stanza di mamma e papà poi mi incantavo a vedere quella carta e mi sognavo che in realtà quelle nuvolette arrotolate erano lumache. e mi sognavo stì lumaconi che camminavano sui muri.  già da piccola ero un tipo impressionabile. se invece dallo studio poi vai a destra c'è una porta con un corridoio che ti porta a destra al bagno, dritto nella cameretta mia e di mia sorella. il bagno io due cose importanti devo dire sul bagno. quella specie di copertina che si metteva sul water, era color cappuccino, di un tessuto peloso. E io la odiavo.
La seconda cosa è il termosifone bianco che ci ha una parte un po' scolorita, la pittura è scorticata in un punto piccolo che forma un disegno:  un alberello. io una volta sono andata con la matita e ci ho disegnato la casa e lo steccato.  però sempre piccoli.. e mia mamma non mi ha rimproverato perché il disegno era proprio proporzionato. 'che quella mia mamma fa la maestra elementare. secondo me era troppo orgogliosa del mio disegno da termosifone così proporzionato!
poi esci dal bagno e vai nella mia cameretta. mia e di mia sorella. la nostra cameretta è grande. ci stanno i mobili di legno chiaro, belli semplici. niente anni 70. la fece zio Alduccio che faceva il falegname. due letti, la scrivania, il comodino, gli armadi con i cassetti e un mobiletto. poi ci sta una cassa. quella dal corredo di mamma quando si sposò.  noi ci mettevamo dentro le robe estive, se era inverno. le robe invernali, se era estate. poi sulla cassa ti ci potevi sedere, era una panchina. e si sà, io le panchine, mi piacciono tanto.
Ma la cosa più bella della cameretta era l'armadio a muro. l'armadio a muro era a scomparsa. l'anta era ricoperta della stessa carta da parati del muro, no, niente lumache state tranquilli...'che quando era chiuso, l'armadio, tu che non lo sapevi, non lo vedevi! ma questo è niente. una volta riempii l'armadio tantissimo e esso non si chiudeva che traboccava. ma con un colpo secco riuscii a chiuderlo. solo che sentii un botto. s'era sfondato. la parete interna s'era sfondata e s'era aperto un buco! era finta! la parete era finta non c'era il muro! mi affaccio al buco e vedo la cameretta di mio cugino enrico che abita affianco! il passaggio segreto! quella allora prima era una porta non un armadio! avevo 4 anni. mio cugino 5. ci dissi a Enrico della mia scoperta e così subito iniziammo a fare lo spionaggio e finchè ho abitato là, non l'abbiamo mai detto a nessuno! era troppo un segreto!
chisà se c'è ancora.
forse i nuovi inquilini l'hanno chiuso quel buchetto. forse hanno ridipinto l'alberello sul termosifone. di sicuro non c'è più il parato con le lumache, quello lo tolsero mamma e papà prima di affittarla,quella casa. La panchina no, c'è ancora. i mobili psichedelici qualcuno ce lo siamo portato a casa nuova. che siamo dei romantici.
L'altro giorno sono tornata in questa casa. dopo 22 anni. non c'ero mai più tornata. passavo da là e  la signora che ci abita mi ha chiesto di aiutarla a portare la spesa e io ci ho detto si.  E sono salita. un gradino alla volta. l'albero di arancia trabocca, non lo potano mai, quello di nespole tra un po' sprofonda per il peso. La fontana non ha più l’acqua né pesciolini. la terrazza è vuota, non ci stavano più tutte quelle piantine che lasciammo. mi affaccio e il cedro del libano  non c'è più. dice che s'era fatto troppo alto, è caduto durante un temporale. entriamo in casa, ma il portoncino grazioso non c'è più. durante i lavori di ristrutturazione dice che si ruppe, si rovinò. il mio portoncino bianco con i decori di ferro battuto. quella che era la cucina è diventata una specie di salotto, la sala da pranzo è adesso la cucina. lo studio il bagno le camere sono rimasti dov'erano. ma niente psichedelia. roba normale, degli anni 80. senza personalità. ma io non mi ricordo. Ci sono rientrata due giorni fà e no nmi ricordo i mobili nuovi, le stanze diverse. io mi ricordo che sono entrata in quella che era la cucina e riesco a ricordare solo le mattonelle a rilievo  i mobili color melanzana e la mia panchina vicino al camino. riesco a ricordare il pianoforte, lo scalino per volare, lo studio rosso, il parato con le lumache, il disegno sul termosifone e l'armadio con passaggio segreto. mi ricordo che sono entrata e ho chiuso gli occhi. 'che ho sentito un odore. un odore buono. l'odore di casa. perché dove sono entrata, è ancora la mia casa.
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scaffali: io sono di paese

lunedì, 15 giugno 2009, ore 15:27

Oggi non sono andata in radio, ho mandato il file troppo tardi, non riuscivo a registrare poi a spedire. insomma, la sfiga.
metto lo stesso il file, 'che tanto la prossima settimana ne manderò un altro.
non ci sono le musiche di toso70, che beato lui è in ferie.
 
questo è il libro citato




Richard Brautigan
Pesca alla Trota in America
Marcos Y Marcos
esaurito




vi parlo di descrizioni di librerie, di librai, trovati nei libri. ne sto raccogliendo un po', mi aiutate?

buon ascolto!




il fratello maggiore di questo audiopost è questo


di cosa stiamo parlando: ogni lunedì va in onda un programma su Radio Onda d'Urto, il programma si chiama: Flatlandia, questo libro ti salverà la vita e io partecipo mandando dei file audio con racconti di libri e libreria. tutti i miei raccontini da riascoltare sono nella colonna a sinistra sotto la radio ;)
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scaffali: giocare a radio

venerdì, 12 giugno 2009, ore 00:33

chissà che pensano quelli che passano di qua per caso.
o perché qualcuno ce li ha mandati.
io mi domando: chi vi ci ha mandato?
e poi: perché ci siete venuti?
io mi domando, a mezzanotte e mezzo, cose che non saprò mai.
e fa un po' paura.
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scaffali: ma tu la conosci a viola

giovedì, 11 giugno 2009, ore 15:41

Il negozio di parrucche.
Secondo me il negozio di parrucche é normale trovarlo vicino ai teatri dove insieme ai negozi di parrucche ci stanno le sartorie, le falegnamerie per fare le scene del teatro, i bar per fare il bar del teatro dove si va prima e dopo lo spettacolo. come i fiorai stanno vicino ai cimiteri, le edicole nelle stazioni.
e invece no. il negozio di parrucche sta di fronte all'ospedale. è grande eh, il negozio di parrucche. ci ha una vetrina che prende tutto il muro del palazzo, a destra ci sta un negozio di pigiami e pantofole, così si chiama: pigiami e pantofole, e ci sta, difronte all'ospedale ci sta bene: pigiami e pantofole. dall'altro lato, a sinistra del negozio di parrucche ci sta un'edicola gigante, una edicola libreria con le vetrine enormi piene piene di libretti per bambini. che pure ci sta bene, di fronte all'ospedale un'edicolona super fornita. farmacie, in numero di 3 e poi bar su bar per bar con bar. bar dappertutto. che sì, è la cosa che ci  sta meglio intorno all'ospedale. e pure due fiorai.
ma il negozio di parrucche. così grande poi. che che c'entra. mi sono sempre chiesta.
io certe volte vivo nel paese dei campanelli.
oggi sono entrata. il negozio di parrucche.
veramente mi sono prima avvicinata.
parrucche vere (vere?), parrucche sintetiche, prenota in tempo qui la tua parrucca provvediamo noi al taglio della chioma, pagamenti rateali, tintura naturale...
slogan nella vetrina
la vetrina sembra la vetrina di quei negozi degli anni 60. ripiani di vetro impolverati, teste di manichino tutte bianche senza colori per gli occhi, qualche mosca morta.
però i tagli erano moderni.
signorina se volete potete entrare per dare un'occhiata.
entro. non lo so perchè ma entro.
lacca. si sente un odore di lacca, poi di aceto e acquaragia. ma l'acquaragia era perchè stavano tinteggiando una parete.
signorina tutto bene? come vi sentite?

il negozio è brutto, un po' buio. ci stanno scaffali di ferro,  con le cape di manichino, come in vetrina, con le parrucche sopra. certe parrucche stavano appese al muro. un sacco di spazzole sul banco, rocchetti di filo di nylon, giornali per parrucchiere. e parruccai.

signorì è la prima volta che venite eh? si vede. ma non vi preoccupate, poi si aggiusta tutto, che siete giovane.
se volete provatene qualcuna. fate con calma. ci vuole tempo per trovare quella giusta.
no vabbè ma sto solo guardando, per curiosità.
eh, curiosità. dite tutte così.

?tutt...?....!

il negozio di parrucche. di fronte all'ospedale. dite tutte così.

e finalmente mi sveglio.
e sto zitta. e mi guardo intorno. mi faccio piccola piccola.
signorì che bei capelli lucenti che avete. fanno delle belle onde, sono belli lunghi.
e allunga la mano per toccarmeli. sembra un capello sano!

mi scosto. d'istinto mi scosto di scatto. e me li tiro tutti indietro i miei capelli. come quando li lego. me li tiro indietro, li spingo indietro, i miei capelli neri e lucenti. e li allontano da quelle mani.
signorì non vi spaventate. prima ci fate il pensiero e meglio è.
se volete la possiamo fare coi vostri capelli. ve li taglio mò, vi lascio un bel taglio corto corto che fa pure caldo, così poi quando sarà...
signorì non mi guardate così. a un certo punto sarà...
dicevo, quando sarà, poi vi potete rimettere in testa i vostri capelli. è meno traumatico, fidatevi. ne vedo tante. so quello che dico.


la mia amica lorella ha i capelli lunghi e rossi. insegna danza classica insieme alla sorella. ci siamo incontrate all'elettrocardiogramma. è alta alta, con le gambe lunghe lunghe. per ogni visita si porta le sorelle, la mamma, i mariti delle sorelle, l'amica dottoressa. che da sola c'ha paura.
che non è laprima volta, mi disse sua mamma. la terza.
la prima volta, mi raccontò sua mamma, perse i capelli in un giorno solo. tutti. mentre se li lavava. svenne per lo shoc. la parrucca ce l'aveva già. un miolione la pagammo. ma non se la mise mai. 
nemmeno la seconda. stavolta, speriamo che non ce ne sarò bisogno.

essì.
speriamo.
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scaffali: capelli

mercoledì, 10 giugno 2009, ore 14:55

sottotitolo: me la canto e me la suono.
questo post qua era solo scritto, mò  ve lo racconto a parole, pocopoco modificato.



buon ascolto!
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scaffali: io sono di paese

martedì, 09 giugno 2009, ore 13:32

Ieri nel file audio che avete ascoltato alla radio, c'è poco di mio, anzi, quasi nulla, ma molto di questo libro:





Cronache dal Vicolo (qui la pagina dedicata sul sito della casa editrice dove troverete anche tutte le belle recensioni che ha ricevuto))

di Domenico Infante
Scrittura e Scritture edizioni





E' un piccolo libro, di poche pagine. si legge in un solo fiato. Racconta dell'arrivo a Napoli, nel vicolo, di due ragazzi dalla Romania, due extracomunitari.
Una storia di stenti, del loro arrivo in Italia che a grandi linee possiamo immaginare tutti. Ma questo il libro non celo racconta, ce lo fa intuire.
Ma quello che non possiamo immaginare è ciò che accade nel vicolo. Nel vicolo dove si incontrano i due giovani con Don Saverio che li accoglie. Si incontrano anche la speranza di questi due giovani e la memoria di don saverio, la memoria del suo passato.

Ultimamente questo tema mi sta a cuore. Sarà che mi stanno capitando tra le mani molti libri che raccontano di viaggi di speranze e di incontri. sarà che mi guardo intorno e vedo tanta gente che cerca di costruire la sua casa, che cerca il suo canto -nel suo antico significato di: posto- sarà che anche io lo sto cercando...

e poi: vi ricordate di questo libro?

Shaun tan, L'approdo (Elliot 2008, 128 p., euro 22)

se ne parlò qui
e ne ho scritto anche io qui, dopo averlo sfogliato, incantata. cercatelo, guardatelo, regalatelo. per grandi, per bambini, per tutti. un capolavoro.







Cronache dal Vicolo
è uno di quei libri timidi, quelli che hanno bisogno di un'occasione,come vi ho raccontato qualche lunedì fa..., uno di quei libri che non so se troverete sul banco delle novità delle vostre librerie. Ma voi cercatelo, chiedetelo, e dite alla vostra biblioteca di acquistarlo.

Eccovi il file. Come sempre Toso70, il nostro mastro musicaio preferito, ci ha messo le musiche.
beausoleil - marie
beausoleil - theogene creole
joan as police woman - to be lonely
e a proposito dei primi due brani il masto musicaio dice:
 che a me quei pezzi pur movimentati  mi sanno di homeless  e di vita di strada

buon ascolto!




di cosa stiamo parlando: ogni lunedì va in onda un programma su Radio Onda d'Urto, il programma si chiama: Flatlandia, questo libro ti salverà la vita e io partecipo mandando dei file audio con racconti di libri e libreria. tutti i miei raccontini da riascoltare sono nella colonna a sinistra sotto la radio ;)
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scaffali: giocare a radio

sabato, 06 giugno 2009, ore 18:26

da ascoltare, se volete:


Ieri sera si chiudevano le campagne elettorali e c'era la festa di chiusura in sezione. e sono andata.
la sezione del mio paese è bella. è un' intera casa che un vecchio comunista prima di morire lasciò al partito. c'è un grande portone, una scalinata di pietra e delle stanze con i soffitti stuccati. una casa del centro storico, una casa del 1700. si trova sul corso principale. un portone una bella scala e 3 stanze al primo piano, una balconata che dà sulla strada e sul muro una targa di marmo in ricordo della donazione. il partito non ha mai avuto tanta fortuna la mio paese. ma quella bandiera che sventola sul corso principale, di fronte la chiesa, quella casa così bella donata al popolo da uno del popolo, quella sede lì nel centro della vita democraticocristiana di questo paesello del sud italia mi è sempre sembrata: avanguardia.
già da quando ero piccola andavo in sezione. un anno la mia insegnante di danza non riuscì a rinnovare il contratto d'affitto della scuola e allora il partito offrì la sezione a noi bambine della danza. e così, per ben due anni, io ho seguito le mie lezioni di danza classica alla sede del partito, nella stanza delle riunioni.
era molto bello. ci facevano trovare l'acqua il succo di frutta e la moquett ben stesa sul pavimento,  altrimenti con le scarpe da punta sul pavimento avremmo fatto bei scivoloni. facevano le riunioni nello stanzino piccolo per lasciarci la sala grande il bagno e lo spogliatoio. e noi tra un pliè e un tanlevè li sentivamo dibattere zitti zitti sugli articoli de l'unità, sul sindaco che andava comprando piaceri, sulla necessità di mettere la falce e il martello sulla lista, sulla necessità di coraggio contro i moderati che pur di vincere avrebbero fatto la solita lista civica.
la sala grande non è grandissima. ma a me sembrava enorme quando ci andavo a scuola di danza. due finestroni con un grande specchio al centro, la moquet per terra, e alle pareti: marx, gramsci, rosa luxembourg, Berlinguer, Togliatti, articoli de l'unità messi sotto vetro nelle cornici a giorno e i manifesti delle vecchie elezioni con i nomi dei candidati. tutte quelle facce, io ero piccola, non sapevo bene chi fossero. mio nonno comunista silenzioso me li citava e io stavo a sentire senza domandare. quello che arrivava da quella sua voce, da quei suoi racconti dalla campagna di russia, dalla trincea, dal freddo, dall' opposizione di paese alla democrazia cristiana, io stavo a sentire. e tutto senza che me rendessi conto, tutti quei suoi racconti accanto al camino mentre mi scaldava il pane per la merenda, quei miei silenzi a braccia aperte, tutto, si è sedimentato in me.
nonno chi è quello con gli occhialini? gramsci sichiama. era sardo. e quello che assomiglia a zio antonio? quello che sorride dolce? quello é berlinguer. era sardo. ma i comunisti stavano tutti in sardegna? si, ma anche in russia. ma perchè? e forse perchè sono lontane.

quando si danzava alla sezione c'erano questi visi enormi alle pareti che ci guardavano. che mi guardavano. io ero intimidita, pure se mio nonno mi diceva che eranostate brave persone. quel gramsci scrisse delle lettere dal carcere, tanto importanti, diceva mio nonno. e quel berlinguer così posato, secondo mio nonno, morì perchè l'avevano avvelenato. non me lo leva dalla testa nessuno. l'hanno ucciso il compagno. così diceva.
certe volte sembrava che mi stessero parlando. quando non mi riusciva una piroetta, quando non saltavo a sufficienza, quando non riuscivo a portarele gambe più in alto mi sembrava di sentirlo, quello dietro gli occhialini: insisti compagna insisti!
e quando invece mi riusciva tutto perbene, i salti i giri le prese me lo sentivo quel sardo dagli occhi buoni: brava compagna, il partito è fiero di te.

ero una bambina, con un nonno guerriero e comunista, in una scuola di danza dentro una sezione di partito con una bandiera rossa che faceva d'avanguardia in un paese democristiano del sud.

ieri sono tornata in sezione. per la festa. perderemo. questo è certo.
la foto che ritrae tutti i candidati sembra il quadro del quarto stato. c'è il candidato sindaco, che c'ha la patente ma non giuda. e questa cosa mi intenerisce e  mi fa ridere. perchè tutto cambia, niente cambia e tutto è sempre uguale. ci sono dei ragazzi, quei pochi rimasti in paese con lavori precari belle teste, pochi soldi e una voglia di fare opposizione che io davvero non so dove la vanno a prendere. ci sono le vecchie guardie. quelli che sanno la storia del paese. che sanno quelli che si sono comprati il posto, quelli che sono integri, quelli che non si espongono che non si sa mai, quelli che si espongono ma non ci crede nessuno, quelli che non hanno coraggio, quelli che è inutile che fai il paladino 'che io la so la tua storia... le vecchie guardie, la memoria storica del paese, quelli che si guardano intorno e sanno com'eravamo e come siamo destinati a essere. le vecchie guardie che tengono aperta la sezione come atlante che sostiene il pianeta. quelli che alla festa ieri sera facevano i camerieri e ti portavano il piatto di spaghetti aglio e olio e il bicchiere di vino. perchè signorì noi qua facciamo tutto.
una delle candidate suonava un organetto. il figlio del sindaco la seguiva con una tamorra. ci stavano le famiglie dei candidati, amici gente nuova che non la conosco. e poi ci stavo io. seduta sulla sedia a guardare la mia sezione, quei visi appesi ai muri che mi guardavano quando ero piccola e mi incitavano a tirare i muscoli a saltare a fare meglio. la mia sezione del 1700 coi soffitti stuccati. la bandiera rossa coi bordi strappati. il candidato sindaco che non guida, mio cugino che conta i voti.

ma pure se lo so che perderemo, che è una cosa ingiusta, io insisto e voto comunista.
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scaffali: la vita è sogno, io sono di paese

mercoledì, 03 giugno 2009, ore 23:08

mio nipote è alto 3 cm. così dice la televisione del dottore.

mia sorella è incinta. e noi qua non siamo ancora usciti pazzi. no. ma solo perché mia sorella sta lontana, è il primo bambino, mio cognato è settentrionale, altri usi, altre usanze, più silenzio meno burdello.  e allora è meglio che ci conteniamo.
all'inizio la notizia è stata riservatissima, lo sapevo solo io che non riuscivo a guardare in faccia i mei, che mia sorella voleva essere cauta, giustamente. però io lo sapevo. l'ho saputo per regalo del mio compleanno.
e io che mi lamento sempre che i regali di compleanno che ho ricevuto mi hanno fatto schifo, io da questa'nno non lo dico più. che non capita tutti gli anni di essere regalata un nipote.
quella mia sorella è intelligente. quest'anno m'ha fregato.
mò io lo so che non mi crede nessuno. però io già da una settimana prima che me lo dicesse, io mi sognavo sta creatura. e nel sogno non era figlia a me, a mia sorella. era una bambina.
però non lo sappiamo ancora. stiamo vaghi. e aspettiamo.
che qua non è solo mia sorella e mia cognato che aspettano. qua aspettiamo tutti quanti.
la sera si consuma il rito della videotelefonata. mò vi racconto.
mia sorella vive all'estero, in un paese furastiero. e la sera mia mamma si mette su skype e si parlano. con questa invenzione dell'internet veloce ci vediamo in faccia, e mia mamma ti vede pure se stai un poco sciupata.
mia mamma soffre un poco che non può partecipare alla vita, però con l'internet nella televisione si consola un poco. ma mò, con la creatura nascitura eh. non ve lo dico. però sta brava, non lo da a vedere che soffre. poco però. cioè veramente pure io un poco. la vorrei vedere a mia sorella.
l'ho vista pure io ieri nella televisione, e mi pare, ma mo la butto là eh, che la faccia s'è fatta più tunnulella, tondeggiante, più morbida. dice che si vede pure un poco la pancia, ma non ce l'ho fatta a dire via televisione: eià fammi vedere la pancia. mi contengo eh. sono brava.
fioccano in famiglia le ipotesi:la pancia è tonda allora è maschio, la pancia è puntuta allora è femmina. o il contrario?
ma nell'ecografia si vede la faccia? no? ma che fa mostra il didietro? allora è femmina. sicuro. almeno così fu per me...
che stiamo lontani e lo sappiamo che sono tutte scemità, però che ci puoi fare, si chiacchiera. mamma si ricorda di quando era incinta lei, che io quando suonavano le campane davo un sacco di calci e altri fatti da mamma con la pancia che aspetta. che mentre oggi mi contava questi fatti che io li so a memoria, di me, delle campane, di mia sorella che mi dava la buonanotte mentre stavo nella pancia, mamma diceva che bello quando si è incinte. che si fanno tanti progetti, c'è tanta speranza, si fanno tanti sorrisi e mentre lo diceva pure lei faceva tanti sorrisi. dice che le cose pure quelle piccole piccole poi diventano belle.
belle belle.
mia sorella è magra magra, piccerella. coi capelli neri neri e lisci e la pelle chiara. mia sorella è biancaneve. però meno garbata. fa un lavoro tutto difficile, di responsabilità. quei lavori che devi stare sempre concentrato che se ti scappa uno zero poi crollano i mercati. eccerto allora che non si può essere così garabati.
mò questa biancaneve poco garbata aspetta una creatura. e io divento zia.
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scaffali: attese