sottotitolo: scusate, m'è venuto lungo.
Le case di paese, apparte che sono enormi, apparte che ci hanno il salone grande che non ci si va mai, e non ci si accendono nemmanco i termosifoni che pò si arrugginiscono, apparte che dentro sono tutte belle fatte rifinite e fuori ci sta ancora solo il cemento senza intonaco e magari coi pilastri che escono da sopra così magari quando i figli fanno grandi aggiungiamo un piano...
vabè, mò diciamo che la situazione sta migliorando...almeno finiamo l'intonaco.
no io quello che volevo dire era di parlare delle case dei giovani che mò si sò sposati e ci hanno la casa nuova da tizi appena sposati.
che mo si usa questa moda che appena ti sposi e torni dal viaggio di nozze -apparte che non si porta ancora la moda di andare a convivere, dice che è troppo audace- la casa in cui vai a vivere è tutta nuova rifinita coi mobili i lampadari le tende e pure le minchiate dell'ikea tipo quelle piantane di carta di riso, cheppò non le accende nessuno, che consumano. io sono cresciuta che mamma e papà mi contavano che ci avevano la cucinina la rete del letto col materasso il bagno e una scarpiera. pò piano piano...
io sono cresciuta coi fatti del piano piano. i miei zii: eh mica tenevamo tutto, piano pianò pò l'abbiamo finita la casa. e quindi nella mia testa il fatto della casa era che prima ci stanno i muri i pavimenti e le finestre, pò i mobili un poco alla volta e nel frattempo ci vivi, ci cresci e ti moltiplichi. a me mi pare una cosa bella. mia sorella s'è comprata la casa, i muri di stà casa. che se la stanno sistemando un poco alla volta. e mò si sò comprati il tavolo. fino a poco fa ci avevano il tavolino basso del divano e cimangiavano cuore a cuore lei e il marito, pò venivano gli amici e facevano le cene basse, cosiddette, seduti sui cuscini. a me mi pare un fatto bello. pò vabbè si sò comprati il tavolo che tra poco è natale e mia sorella deve imparare al marito a fare i ciciarielli e ci vuole lo spazio. mò chessono i ciciarielli, sono dei dolci che si fanno a natale, delle palline piccole che si friggono pò si mettono tutte insieme attaccate col miele. vabè, per dire, che un poco alla volta è bello, secondo me. che il poco alla volta ti consente di capire gli spazi, di metterci le cose, di dare un colore e un carattere ai posti, ai mobili, che il poco alla volta fa prendere l'odore alla casa. che tu ci vivi e piano piano si finisce quell'odore di nuovo, che lascia il posto, anzi l'aria, all'odore tuo, magari del legno del mobile, delle piante che ci metti, della carta dei libri. cose così.
invece le case dei tizi sposati mommò -nel senso di : adesso adesso- apparte che io non lo so dove li piagliano i soldi che non ti spieghi tutto quello spiegamento di tecnologia e grandi firme pensando ai lavori che fanno, ma vabbè, lasciando stare questo. mi paiono dei negozi. tutto bardato ad arredamento. lo schermo piatto d'ordinanza, le ceramiche, che qua si portano le ceramiche classiche, il divano di pelle, la tenda col drappo, la cucina finto rustico, i mobili finto rustico, le luci dell'ikea finto rustico la libreria con le raccolte de Il giornale e i federichi moccia ordinati per uscita. io avrò visto 4 case di giovinotti appena sposati, e in serie, uguali. stessa aria di nuovo, stessa aria di negozio.
io non mi piace così. io sarà che sono stata fortunata, io lo dico che sono convinta. io mi piace quando vado in certe case che tipo entro e la casa parla e dice, della persona che ci vive: io sono questo, io faccio questo. pare che ci sta un calore. tipo una casa che tu entri e vedi tutti quei libri, sempre un libro di borges, sempre un libro di eco, millemila quaderni avviati, un sacco di penne, plettri, maglie sulla sedia e le scarpe sotto il letto. un bicchiere d'acqua vicino al letto, una sciarpa un po' blu poggiata là, i guanti spaiati, le scatoline gialle e una chitarra jasmine suonabile all'occorrenza. la casa di uno che studia e che pensa, di mestiere. io sono questo, io faccio questo.
o la casa di uno che ci piace un certo tipo di musica, che fa un sacco di cose ai compiuter, che va a un sacco di concerti, che legge certe cose, che ha certi amici che disegnano e ci sono tutti quei disegni degli amici appesi alle pareti e le locandine dei concerti. e una chitarra, suonabile, all'occorrenza. io sono questo, io faccio questo.
la casa di quel mio amico che odora di tabacco. millemila libri di tutte specie, che non se li legge no, lui legge i cataloghi, un borsalino, i pesi, le unità, le copertine dell'espresso, il detersivo per i panni neri, una tromba, la foto dell'articolo di giornale in cui ti si vede mentre abbracci zapatero, millemila ciddì e un canone peloso intitolato apolide. io sono questo, io faccio questo.
una casa coi pattini a rotelle nel bagno, coi cappelli nella macchina, coi peanuts sul leggìo, cogli uniposca sul tavolo, una cucina fatta a mano, i muri colorati, internazionale sul tavolino, un camino chiuso con un pannello di legno che sopra ci sta disegnato un pagliaccio rosso, una gatta col nome da uomo.
io faccio questo, io sono questo.
la casa della mia amica sempre piena dell'ultimo suo libro letto, dello stereo per giocare a radio, della piastra per i capelli, di quel poster che c'è una tipa, la dormiente. io non lo so com'è la sua casa ora, ma io entrandoci lo saprei da subito che è la sua.
o qeull'altra casa con la libreria di pino costruita insieme al padre, col casco nel lavandino di pietra, coi cd in ordine, il basso, in basso sulla destra, la maglietta del programma radio preferito e una scatolina, di quelle che cambiano colore col tempo, con su scritto: pioverà.
io a questo sono abituata.
e chisà checcosa, entrando a casa mia, chisà se si capisce poi un po' di me, di che si tratta. solo che mò ancora non l'ho finito il quartino. di me ancora ninete, non si capisce niente. una cosa è sicura però, l'odore di nuovo, non ci starà, non ci sta aria per lui, che tanto, mentre pitto, sono io che pitto, e sempre di me, devono profumare quelle stanze.
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